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Risposta di Giovanni Bachelet alla lettera aperta di Guido Campanini sul Referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026
 
Caro Guido C., 
discordo cordialmente dalla tua premessa. Per gli adulti cristiani che piú da vicino hanno accompagnato la mia crescita e la scoperta della mia vocazione (genitori, capi scout, maestri, professori, suore, preti), il motto “in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas” ha sempre riguardato la distinzione conciliare fra il vangelo e l’appartenenza alla chiesa, da un lato, il legittimo pluralismo nelle opzioni temporali, dall’altro e in qualunque contesto il primato dell’amore verso gli altri. Non, quindi, una gerarchia fra diversi principi evangelici, alcuni dei quali negoziabili ed altri no. 
Non mi sorprese, perciò, papa Francesco, quando, ad una delle prime domande del Corriere della Sera (intervista del 5 marzo 2014), sui “valori non negoziabili” rispose: «I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un'altra. Per questo non capisco in che senso vi possano essere valori negoziabili.» 

Dunque, come già appreso dai miei educatori, per un cristiano sesso riproduzione o fine vita non sono temi né piú né meno eticamente sensibili della pace, della libertà o della giustizia. È la traduzione in scelte concrete a innescare un “negoziato” fra principi e realtà, nella coscienza personale (“il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità”, n. 16 Gaudium et Spes) e poi in quella comunitaria, attraverso gli strumenti della vita associata e della democrazia. 
In questo passaggio, a volte naturale a volte meno ovvio, si raggiungono a volte, legittimamente, conclusioni operative diverse (ad esempio n. 43 Gaudium et Spes, in realtà tutto il capitolo IV). Ma la gravità e l’importanza di una scelta referendaria sulla magistratura mentre la certezza del diritto interno e internazionale è seriamente messa in discussione in altri paesi un tempo saldamente democratici non è, a mio avviso, moralmente o socialmente inferiore di quelle che potrebbero riguardare l’ambiente o il “fine vita”. 

Nella tua lettera aperta, così hai scritto: 


Solo al fine di chiarire, prima di tutto a me stesso, l’oggetto di cui si discute, e pronto ad essere “bacchettato” da voi se scrivo cose non corrette, provo a riassumere l’oggetto del referendum.
Il disegno di legge va a sostituire per intero, con un nuovo testo, gli articoli 104 e 105 Cost.; ad integrare o parzialmente modificare, con nuovi commi o nuove frasi, gli artt. 87, 102 106, 107, 110 Cost. 

Il contenuto di queste modifiche comporta:
a) la separazione delle carriere fra la magistratura requirente e la magistratura giudicante; 

b) il raddoppio del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM); vengono istituiti due CSM, uno per 
la magistratura requirente e uno per la magistratura giudicante; 
c) l’istituzione di una Alta Corte Disciplinare (ACD), composta anch’essa di quindici membri, come i 
due CSM, dodici dei quali scelti con sorteggio temperato, e tre nominati dal Presidente della 
Repubblica. 
d) una nuova modalità per la selezione dei componenti dei due CSM, scelti tramite sorteggio 
temperato e non più tramite elezione – ad eccezione dei membri di diritto dei due CSM, a partire 
dal Presidente della Repubblica, che resta Presidente di entrambi i CSM. 


Come cittadino, credo bene informato, mi trovo d’accordo con il punto a) e con il punto c), contrario al punto b), assolutamente contrario al punto d). 

Mi permetto di comunicarvi le ragioni di queste mie opinioni, ben lieto di avere da ciascuno di voi dei chiarimenti. 
 
Ho accettato l’onore e la responsabilità di presiedere l’immenso comitato “Società civile per il NO nel referendum costituzionale”, che racchiude piú di 50 associazioni nazionali piccole e grandi (CGIL, ACLI, ARCI, Libera, ANPI, Pax Christi e molte altre, per un totale di oltre 5 milioni di aderenti), in quanto fermamente e serenamente contrario a tutti e quattro i punti (a) (b) (c) (d), per i motivi che cercherò di illustrare nel modo piú semplice, da cittadino che fino a poco fa insegnava a Fisica, non a Giurisprudenza o Scienze Politiche.  
 
a) È utile premettere che la separazione delle carriere non ha nulla a che fare con processi, errori giudiziari ed altre leggende, come quella del caffè che il Pubblico Ministero (Pm) prende con il Giudice, per questo pesantemente ed irreparabilmente influenzato dal Pm. Per liberarsi subito di queste amenità propagandistiche basta ricordare che nel quasi 50% dei casi il Giudice assolve l’imputato rinviato a giudizio dal Pm, mentre, se l’influenza fosse davvero pesante, le condanne dovrebbero largamente eccedere le assoluzioni. Più interessante è forse notare che la separazione fra magistratura requirente e giudicante, secondo un paio di sentenze della Corte costituzionale (2000 e 2022), non contrasta con la Costituzione. Può essere quindi fatta con legge ordinaria, anche creando due sezioni distinte del Csm. Se alla progressiva separazione tra le funzioni, da ultimo accentuata con la legge Cartabia, non è stata mai associata la creazione di queste due sezioni, non è per caso o per colpa del diavolo o dei cattivissimi magistrati, bensì per precisa volontà del legislatore: anche ai tempi del governo Draghi, i favorevoli ad una separazione completa delle carriere, per motivi tecnici e culturali ampiamente discussi, erano una minoranza in entrambi gli schieramenti, di destra e di sinistra, che quella legge hanno insieme approvato. Questo è stato del resto, fin dall’inizio, il destino della proposta di separare completamente le carriere, sia con legge ordinaria sia con legge costituzionale, dall’Assemblea costituente del 1946 fino alla Commissione bicamerale D’Alema-Berlusconi di 50 anni dopo. Quest’ultima, infatti, approvò con larghissima maggioranza la grande riforma dell’articolo 111, il “fair trial” (malamente tradotto in italiano con “giusto processo”) pensato e atteso da molti giuristi democratici, in primis da Giuliano Vassalli; ma bocciò senza appello la separazione delle carriere, della quale era relatore il parlamentare di centrosinistra Marco Boato (NB: tuttora favorevole alla separazione, ma dichiaratamente contrario alla sua versione in salsa Nordio). E questo è accaduto anche dopo, nelle non poche successive legislature in cui Berlusconi aveva la maggioranza: ha sempre presentato proposte analoghe che non sono mai arrivate in fondo, perché, anche fra i suoi, molti non vedevano di buon occhio né la separazione né l’idiosincrasia per la magistratura. Oggi solo Clemente Mastella o l’avvocato Franco Coppi, maestro della Buongiorno, vengono allo scoperto dichiarandosi per il No; ma chissà, se il governo non avesse blindato il testo della riforma vanificando nei fatti i quattro passaggi parlamentari previsti dall’articolo 138 (quello che regola le modifiche costituzionali), forse anche questa revisione del Titolo IV della Costituzione avrebbe fatto la fine delle precedenti. O sarebbe magari stata depurata di almeno qualcuno dei punti controversi, grotteschi e totalmente estranei alla separazione delle carriere, come lo smembramento non in due ma in tre del Csm, o il sorteggio di tutti i loro membri “togati”, o un’Alta Corte Disciplinare che, diversamente dal vecchio Csm, non è più presieduta dal Presidente della Repubblica ed ha altri aspetti inaccettabili per me e parecchi altri, anche favorevoli alla separazione delle carriere. 
 

b)  Per quanto già detto, la separazione delle carriere si poteva fare senza toccare la Costituzione e senza creare due Csm. Se invece lo scopo era proprio manomettere l’assetto costituzionale del Consiglio superiore della magistratura, allora la separazione delle carriere è un ottimo pretesto. Uno dei pochi paesi nei quali le carriere di Pm e Giudici sono completamente separate senza che i Pm siano sottoposti al governo è il Portogallo (NB è una lieve semplificazione: il Procuratore Generale è nominato dal Presidente della Repubblica su proposta del governo e può non essere un magistrato). Qui però, diversamente da quanto previsto dalla legge costituzionale Nordio, ci sono due Csm ciascuno dei quali conserva la composizione (maggioranza eletta dai magistrati, minoranza eletta dal Parlamento: autogoverno temperato) 

e tutti e quattro i poteri (nomine, promozioni, trasferimenti e disciplina) del nostro attuale Csm. Secondo Meuccio Ruini, relatore in Assemblea costituente, questi quattro poteri attribuiti al nostro unico Csm dall’articolo 105 (brevissimo: meno di trenta parole) fissano “come quattro chiodi” l’autonomia e l’indipendenza della magistratura (proclamate nell’articolo 104) rispetto “all’ingerenza di ogni futuro ministro della Giustizia”. 
(c) Il nuovo articolo 105 della legge Nordio (lunghissimo: oltre 200 parole) sottrae, invece, uno dei “quattro chiodi” –il potere autodisciplinare– ai due nuovi Csm, per attribuirlo ad un’Alta Corte Disciplinare (ACD) esterna ai due Csm (tra l’altro unica: non è un problema, qui, la compresenza di Pm e i Giudici?) e sostanzialmente inappellabile. Una tale ACD risulta difficilmente conciliabile sia con l’articolo 102 (divieto di istituire tribunali speciali), sia con l’articolo 111 (impugnabilità in Cassazione contro tutte le sentenze). Il secondo problema, tra i fautori del Si, lo ammette almeno Barbera, quando ipotizza che a mettere una pezza sarà la futura interpretazione in sede giurisdizionale. Parecchi altri costituzionalisti (piú di 100, dei quali tre presidenti emeriti della Corte, che formano il consiglio scientifico del nostro comitato del NO) non la pensano come lui. 
Per capire in quale misura la nuova ACD stravolge gli equilibri costituzionali fra magistratura e politica a favore di quest’ultima, è utile ricordare che, attualmente, la sezione disciplinare (la cui statistica è severa, contrariamente alle leggende metropolitane: v. tabella comparativa con l’ordine degli Avvocati su www.giovannibachelet.it) è composta, come l’intero Csm, da 2/3 di “togati” eletti dai magistrati e 1/3 di “laici” eletti dal Parlamento, ed è presieduta in linea di principio dal Presidente della Repubblica, anche se in pratica presiede quasi sempre il Vicepresidente. La nuova legge, oltre a sorteggiare (anziché eleggere) anche i membri togati dell’ACD, ne riduce il peso numerico sul totale ed esclude i giovani e/o non cassazionisti; elimina d'emblée il Presidente della Repubblica; affida la composizione dei collegi giudicanti ad una legge attuativa ordinaria, da approvare per giunta entro i prossimi 12 mesi. 
Si fa peccato a pensare che la maggioranza se la approverà da sola, come già avvenuto con il resto? Che, per “rispondere ad una intollerabile invadenza” della magistratura (Meloni, 31/10/25), questa legge infilerà più politici che magistrati nei collegi giudicanti, ribaltando clamorosamente l’equilibrio che da 80 anni ha riservato ai “laici” solo una funzione di vigilanza? Ho da poco scoperto che l’attuale rapporto 2/3–1/3 fra togati e “laici” fu proposto da un costituente che allora aveva 28 anni: Oscar Luigi Scalfaro. È cambiando questo rapporto che Nordio vuol fermare “l’esondazione della magistratura”? 


d) Sostituire l’elezione con il sorteggio secco per la componente togata (migliaia) riservando invece ai “laici” il sorteggio da un paniere di eletti dal Parlamento (max qualche decina) vuol dire, in italiano: i magistrati non sono degni di eleggere i propri rappresentanti, i parlamentari invece sì. Non trovo, nella storia patria antica e recente, il fondamento di questa “presunzione di delinquenza” per i magistrati rispetto ad una “presunzione di innocenza” per i parlamentari. Da certe strumentalizzazioni di Mani Pulite fino al delirio anti-casta di Grillo, ho sempre provato orrore per scandali e corruzione; ma maggior orrore per il loro uso al fine di demonizzare e distruggere nel cuore degli Italiani l’idea stessa di partito, di metodo democratico, di libere elezioni (articolo 49 Cost.). 
Per fortuna non era affatto vero che tutti i politici rubavano, come gridavano con il cappio in mano gli antipolitici di allora davanti al Parlamento, mentre, al suo interno, un importante leader usava lo stesso argomento per giustificarsi: tutti ladri, nessun ladro. E per fortuna non è vero neppure che tutti i magistrati facevano e fanno ancora come Palamara, mitico testimonial del Si, colto in flagrante grazie alle tanto deprecate intercettazioni mentre, al di fuori di ogni regola (e fisicamente fuori dal palazzo del Csm), tentava con altri magistrati e politici non membri del Csm di condizionarne 
 le nomine. 
L’idea, sempre sbagliata, di usare un gravissimo episodio per delegittimare un’intera categoria – qui per scippare definitivamente la rappresentanza elettiva ai magistrati nel loro organo di autogoverno – suggerisce in questo caso scarso senso dell’umorismo da parte dei politici. 
Lo scandalo Palamara si è infatti concluso con la radiazione da parte del Csm di tutti i magistrati coinvolti e, invece, con l’indulgenza per l’unico parlamentare implicato, perché la giunta per le autorizzazioni della Camera aveva negato l'uso delle sue intercettazioni. Quando si dice giustizia domestica! Purtroppo, però, c’è poco da ridere: con questa scusa, accompagnata da una campagna di denigrazione mediatica della magistratura e inediti attacchi da parte del Governo a singoli magistrati e sentenze sgradite, il Parlamento ha approvato a spron battuto nientemeno che una legge di revisione costituzionale. Senza neppure provare a emendare questo o altri aspetti inaccettabili, unici al mondo e largamente prevalenti sui modesti e opinabili benefici. Non resta che votare NO. 

 
Giovanni Bachelet 
 
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Sintesi di alcuni incontri:
(per i testi delle sintesi, cliccare sul titolo)


 A volte ritornano... Il cattolicesimo democratico dopo l'elezione di Mattarella  
(4 marzo 2015)

L'impegno 'artigianale' per la pace e la collaborazione fra i popoli  
(28 gennaio 2015)

Essere cristiani nell’attuale contesto politico-sociale  
(20 novembre 2014)

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Materiale per l'incontro MEIC del 4 marzo 2015
Il Corriere Apuano, 14 febbraio 2015
L’editoriale
Cattolici democratici: razza estinta?
di Davide Tondani

C’è un paradosso nell’elezione a Presidente della Repubblica
di Sergio Mattarella: l’ascesa a Capo dello Stato di un esponente
proveniente dalle fila del cattolicesimo democratico avviene in
un’epoca in cui quest’area politica appare confinata nel silenzio.
Nella legislatura in corso, caratterizzata dal primo Parlamento
repubblicano senza una rappresentanza cattolica organizzata,
ma non certo privo di singole esperienze cristiane, non vi è stata
una sola fase politica o una sola discussione attorno ad una proposta
di legge di una certa rilevanza in cui i cattolici democratici,
riuniti nella loro naturale “casa”, il Partito Democratico, abbiano
saputo incidere o fare sentire il loro punto di vista: così è stato per
la riforma dello Statuto dei Lavoratori o per il disegno di legge di
riforma della Costituzione, solo per citare due istituti a loro tempo
nati con il contributo fondamentale di quella parte di cattolicesimo
da sempre caratterizzata per il primato dell’individuo,
l’attenzione alle istanze sociali e il dialogo costruttivo e non pregiudiziale
con le altre culture politiche.
Il cattolicesimo democratico italiano non è riuscito a far sentire
la sua voce di fronte alla fine dei salvataggi realizzati da Mare
Nostrum, attuati dopo il profetico viaggio apostolico di Papa
Francesco a Lampedusa. Non riesce a farsi ascoltare neppure sull’idea
di Europa, nata dall’intuizione di padri nobili del cattolicesimo
politico come De Gasperi e Adenauer, ma oggi sotto il tallone
delle leggi della finanza e percorsa da sinistri venti di guerra.
Confutare la tesi di una scomparsa del cattolicesimo democratico
opponendo la storia politica degli ultimi due Presidenti
del Consiglio non è corretto: richiamarsi all’eredità di La Pira o a
quella di uno dei tanti sacerdoti o laici di un “pantheon” strumentalmente
saccheggiato per lanciare carriere e correnti stride con
gli atteggiamenti, le pratiche, le frequentazioni e soprattutto con
i contenuti dell’attuale azione politica. Il cattolicesimo democratico
è altra cosa.
Ma anche sul piano ecclesiale le cose non vanno diversamente.
L’agire politico, sociale e culturale e le pratiche di fede dei cattolici
democratici del dopoguerra - gli allievi della Fuci di Giovanni
Battista Montini: De Gasperi, Dossetti, Carretto, Lazzati,
La Pira e molti altri - tracciarono la strada di un nuovo modo di essere
Chiesa e di relazioni nella Chiesa e con il mondo, anticipando
nei fatti le tesi del Concilio Vaticano II. Oggi qual è il contributo
alla vita ecclesiale dei laici cattolici che si rifanno a quell’esperienza?
Certamente la lunga stagione inaugurata con il Convegno
Ecclesiale di Loreto nel 1985 - gli anni dei valori non negoziabili,
dell’intransigenza e dell’attivismo in prima persona
dei vertici episcopali - hanno fiaccato quei fedeli, i cattolici democratici
in primo luogo, che in armonia con il Concilio sottolineano
il primato della coscienza cristiana e non rifuggono dall’idea
di un dialogo aperto con i lontani dalla fede e con le complessità
del mondo contemporaneo.
Ma oggi, con l’azione pastorale di Papa Francesco che offre
una solida sponda ai fautori di quel modo di vivere il cristianesimo,
si osserva un sorprendente silenzio rispetto alle sollecitazioni
del Pontefice: le associazioni e i movimenti ecclesiali che sostennero
(prima e spesso con più convinzione dei loro vescovi) il
cammino di Giovanni XXIII in vista del Concilio e che aiutarono
Paolo VI a diffondere le riforme liturgiche e pastorali, oggi non
sembrano manifestare lo stesso sostegno al cammino di Francesco.
Perchè? Soggezione nei confronti di un episcopato italiano
che non ha ancora metabolizzato il nuovo passo impresso da Bergoglio
alla Chiesa? Ritiro della fede e del conseguente impegno
civile nell’orticello del proprio “io”? Occorrerebbero risposte
capaci di interrompere un silenzio che rischia di rendere irrilevante
la preziosa esperienza del cattolicesimo democratico.

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Sintesi dell'intervento di Monica Cocconi all'incontro MEIC sulla lettera pastorale del Vescovo svoltosi il 30 ottobre 2014:

Intervento sulla Lettera Pastorale del Vescovo, 30 ottobre 2014.

La Lettera Pastorale non affronta nello specifico il tema dell’Università ma contiene alcuni spunti che, se sviluppati, possono farci capire con quale stile si può essere “professori universitari missionari” nel settore della formazione e della ricerca.
  • la chiamata di Gesù - sottolinea la Lettera - è sempre corale, si è convocati come popolo di Dio, non come singoli. La difficoltà nel vivere la testimonianza cristiana, nella professione, è dovuta al fatto che si vive in un contesto fortemente comunitario ma al tempo stesso plurale, in cui gli stili professionali non sono sempre evangelici. Le sfide etiche che pone la professione si vivono spesso in modo individuale, non corale. Si deve necessariamente essere “Sale e lievito” della terra.
  • la testimonianza missionaria non può dunque essere esplicita ma diretta a suscitare interrogativi in chi si incontra. Non si insegna dunque solo con quello che si sa ma soprattutto con quello che si è. Un episodio recente in cui ho cercato di applicare questo stile è stato il furto del Tabernacolo della Cappella Universitaria, dovuto non certo a ragioni economiche ma a scopo meramente offensivo, proprio prima della visita pastorale del Vescovo. Ho scritto una lettera a tutti i colleghi del Dipartimento dicendo se volevano contribuire all’acquisto di un nuovo Tabernacolo, aggiungendo che, a prescindere dalle diverse convinzioni, il contributo voleva segnalare una presenza laddove il furto aveva voluto creare un’assenza. Molti dei colleghi hanno mostrato interesse per l’iniziativa, benché non credenti e si sono chiesti il motivo per cui mi fossi fatta carico di una necessità collettiva.
  • Un’altra attenzione che suggerisce la Lettera è quella della cura delle relazioni. Il Professore cristiano è una persona inquieta che custodisce nel cuore i rapporti personali con gli studenti e i colleghi e prende lui l’iniziativa. Non aspetta che le persone lo cerchino ma le raggiunge e accompagna nelle loro situazioni di vita. Le relazioni personale si nutrono più di processi che di contenuti e vanno improntate alla lealtà, al rispetto e alla fiducia. Purtroppo in molte strutture universitarie la priorità è data all’attività di ricerca, peraltro l’unica valutata in sede di abilitazione scientifica nazionale e non alla didattica mentre fra le due c’è un rapporto necessario e virtuoso. Sappiamo realmente insegnare con efficacia, all’interno dell’Università, temi su cui noi stessi ci siamo interrogati affrontando percorsi nuovi e originali e la ricerca conduce ad un vicolo cieco se non trova modalità convincenti per essere comunicata.
  • La lettera sottolinea che nei giovani è normalmente presente una sete di senso e di verità. Bisogna dunque che avvertano, nel docente, una grande passione per il proprio lavoro di insegnamento e di ricerca e un’attenzione concreta ai loro interessi e ai loro bisogni di apprendimento. E’ necessario far percepire loro che il processo della conoscenza è sempre dinamico e attiva desideri destinati a restare inappagati. Come diceva Karl Popper: Non il possesso della conoscenza fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta della verità. Anche se sicuramente il nostro tempo ha più bisogno di testimoni che di maestri, è certamente felice quel maestro che è tale per il suo allievo. La filosofa Michelina Borsari ci diceva a Bose che è essenziale, nella propria vita, avere almeno un maestro.
  • Ho capito, forse troppo tardi, che nelle relazioni personali si deve sempre porre molta attenzione al linguaggio e alla scelta delle parole. Le parole - come diceva Rosemberg - possono essere finestre oppure ergere dei muri. Bisogna astenersi dal giudicare e ascoltare molto perché molte scelte riguardano il foro interno delle persone, a cui è sempre impossibile attingere.
  • Un’altra attenzione suggerita dalla Lettera è quella della prossimità con gli altri. A questo proposito Enzo Bianchi, il Priore della Comunità di Bose, ha scritto che “una delle vere e proprie patologie del nostro Tempo è l’assenza di prossimità, l’indifferenza gli uni verso gli altri. Non ci sente custodi, responsabili del fratello e della sorella (Gen. 4,9: “ Sono forse io il custode di mio fratello?”); si vive nel proprio autismo, senza guardare gli altri, senza avvicinarsi a questi, senza praticare il volto contro volto. Personalmente credo sia necessario uno sforzo sempre più intenso nel mettersi in ascolto reale e non formale delle diverse situazioni di vita, dei bisogni non esplicitati, delle emozioni e delle attese degli altri.
  • Sempre la Lettera invita a “Gettare le reti in modo nuovo”; non accontentarsi di ciò che si è sempre fatto e di come lo si è fatto. Personalmente ritengo che la digitalizzazione di molti processi di apprendimento abbia creato una sorta di mutamento antropologico con molte opportunità ma anche molti rischi. Fra i primi vi è quello di non incoraggiare lo sforzo di riflessione e introspezione a vantaggio della tempestività della comunicazione. Bisogna sforzarsi di cogliere le opportunità di quest’innovazione ma evitare che soffochi la necessaria fatica del processo di apprendimento.
  • Concludo con una citazione: Rainer Maria Rilke scriveva il 6 luglio 1903 in una spendida lettera al giovane poeta Franz Kappus: Io vorrei meglio che posso, caro amico, pregarla di avere pazienza con tutto ciò che è insito nel suo cuore e di tentare di amare le domande stesse, come se fossero delle stanze chiuse a chiave, o dei libri scritti in una lingua straniera. Non cerchi ora le risposte che non possono esserle date poiché non sarebbe in grado di viverle….Ora viva le domande. Forse un giorno lontano, a poco a poco, senza accorgersene, si troverà a vivere la risposta...il nostro compito è difficile, ma quasi tutto ciò che è serio è difficile, e tutto è serio.
  • Rilke dà come consiglio al giovane di amare le domande - oserei precisare più che le risposte -, perché a volte le risposte non ci sono o non sappiamo trovarle, ma le domande sorgono, ci abitano, ci muovono, ci fanno cercare.
  • Concludo quest’intervento con il desiderio che ognuno di noi non cessi mai di essere inquieto e farsi domande, più che cercare risposte, sui modi possibili per annunciare il Vangelo dove si trova a vivere e lavorare.
  • L’immagine stessa che la Chiesa ha voluto dare di sé, in chiusura del Sinodo, è quella di una Chiesa che cerca, ma non si tratta di una ricerca di chi non sa dove andare, ma quella di non si stanca di “cercare il Regno di Dio e la sua giustizia” (Mt. 6,33). Una Chiesa che, consapevole della sua inadeguatezza, cerca ogni giorno una cosa sola: come essere più fedeli al Vangelo di Cristo.

Monica Cocconi