Lo scorso
25
novembre 2024, il MEIC (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) di Parma ha
organizzato un incontro sul tema “Donne e Diaconato”.
A guidare l’incontro è
stata Donata Horak, docente di Diritto canonico allo studio teologico Alberoni
di Piacenza, Segretaria del Coordinamento Teologhe Italiane e insegnante di
religione alle scuole superiori.
Horak ha ripercorso
le tappe che, nel corso degli anni, sembravano porre le basi per aprire anche
alle donne l’accesso a questo ministero, osservando però come tutti i tentativi,
almeno finora, non abbiano portato a risultati concreti.
Anzitutto, Horak ha
ricordato che anche il diaconato per gli uomini, inteso come un percorso
distinto rispetto al cursus honorum dei
presbiteri, sia relativamente recente: esso, infatti, è uno dei frutti del
Concilio Vaticano II, introdotto nel 1964 (Lumen
Gentium) e regolamentato nel 1967 con il motu proprio di Paolo VI Sacrum
Diaconatum Ordinem. Nel documento si dice chiaramente che esso non è un
obbligo, ma una possibilità, tuttora assai poco sfruttata e non dappertutto
diffusa; come accade anche per altri ministeri, che sono stati svincolati dal
cammino presbiterale e, più di recente (2021), aperti, questi sì, a uomini e
donne, ovvero il lettorato e l’accolitato, e da ultimo il ministero del
catechista.
Si pensava poi che la
netta distinzione operata tra la funzione di governo attribuita ai presbiteri e
quella di servizio attribuita ai diaconi, sostenuta da Benedetto XVI (Omnium in mentem, 2009) potesse
rassicurare chi temeva (e teme) che l’apertura del diaconato alle donne fosse
solo un primo passo verso il presbiterato e potesse far progredire la questione,
ma così non è stato.
Gli studi storici
hanno dimostrato con certezza che sono esistite diacone nelle chiese cristiane
almeno fino all’XI secolo; ma la Commissione
di studio sul diaconato delle donne (istituita da Francesco su richiesta
dell’UISG nel 2016) non è stata in grado di trovare un accordo sulla natura del
loro ministero: uguale a quello degli uomini o, in qualche modo, subalterno?
E non è andata meglio
nemmeno quando (nel Documento finale del Sinodo per l’Amazzonia) è stato
chiesto di dare un riconoscimento di diritto a coloro che già esercitavano di
fatto il ruolo di diacone all’interno delle loro comunità. Una richiesta a cui
Francesco (in Querida Amazonia), pur
riconoscendo il valore del loro operato, ha risposto che non era il caso di “clericalizzarle”.
L’ultimo atto della
vicenda è stata l’esclusione del diaconato femminile dagli argomenti di
discussione della seconda sessione del Sinodo da poco concluso, perché il tema
resta assai divisivo e le posizioni inconciliabili: c’è chi lo ritiene una
risposta adeguata ai segni dei tempi e chi un inaccettabile segno di
discontinuità e di “pericolosa confusione antropologica” (sic!).
Nonostante l’ennesima
delusione, forse è stato meglio stralciarlo dalla discussione prima che subisse
una bocciatura ufficiale, che avrebbe rischiato di chiudere la questione per decenni,
come già accaduto in passato. Invece ora possiamo e dobbiamo continuare a
parlarne, proprio come abbiamo fatto in questo incontro, al quale hanno
partecipato uomini e donne parimenti interessati e interessate, che hanno dato
vita a un intenso dibattito.
Poi, come suggerito
sia da Horak sia da alcuni degli intervenuti, per uscire dall’impasse, dobbiamo
imparare anzitutto a considerare in modo diverso la tradizione: essa, infatti,
non è fissata una volta per tutte, ma viene riscritta ogni giorno da chi la
vive. E se nel giro di un paio di generazioni i primi cristiani hanno stabilito
che non era necessario essere circoncisi per far parte della comunità, forse
anche noi arriveremo a comprendere che, come non esiste un battesimo diverso
per uomini e donne, ma in entrambi agisce lo stesso Spirito, anche per altri
ministeri non è poi così importante il genere della persona che lo ricopre.
Dobbiamo abituarci anche
a ripensare alla Chiesa come a una realtà plurale, che fin dalle origini si è
innestata su culture diverse, dando vita a diverse tradizioni. Non sarebbe
dunque così strano, e metterebbe al riparo dal paventato timore di uno scisma, se
la decisione di ammettere o meno le donne al diaconato fosse demandata alle
chiese locali, e fosse resa possibile almeno nei luoghi in cui servirebbe a
ridare slancio e credibilità a un’istituzione che tuttora esclude metà del suo
popolo da alcuni ruoli.
Infine, poiché
l’incontro si è svolto nella Giornata internazionale per l’eliminazione della
violenza contro le donne, dovremmo anche interrogarci su quanto una teologia di
genere (che non ha nulla a che vedere con la famigerata teoria del gender) possa aiutarci a superare gli
stereotipi e rileggere le Scritture sotto una nuova luce, più liberante per
tutte e tutti. Perché lo Spirito, grazie al Cielo, soffia dove vuole!
Cristina Musi
Presidente Gruppo Meic di Parma
*L'articolo è stato originariamente scritto e pubblicato nella Newsletter dell'Associazione Il Borgo: vai al link